PUNTI DI CADUTA

Riporto da una recente intervista di Agostino Megale, segretario nazionale Fisac-CGIL, a La Repubblica:

Perché è così urgente l’accordo sul Fondo?
“Perché la disdetta del contratto dell’Abi ha impedito di raggiungere l’accordo e ora c’è tempo solo fino al 31 dicembre, altrimenti salterà per sempre quell’ammortizzatore sociale che ha permesso finora di affrontare gli esuberi e i momenti di difficoltà del settore, che non sono certo destinate a rientrare”.
Quali numeri si aspetta per il futuro?
“Tra il 2011 e il 2012 sono stati fatti accordi per l’uscita di 19 mila lavoratori entro il 2015 e ulteriori 5 mila se ne potrebbero aggiungere nel 2013, con il nuovo piano Mps”.

Accidenti. Avevo capito male, credevo che l’uscita dei 19.000 fosse una richiesta di ABI; sembra invece, leggendo questa dichiarazione, che si tratti invece del consuntivo degli accordi raggiunti, poco a poco, negli ultimi anni. Quindi, comunque, 19.000 (forse, 24.000) usciranno. Perciò, le organizzazioni sindacali si preparano a dare battaglia su un argomento e forse uno solo: il Fondo di Sostegno, unica giustificazione per il via libera alle uscite. Ecco il punto di caduta: siamo pronti ad anticipare il pensionamento di una classe di lavoratori ancora perfettamente in grado di dare il proprio contributo (che poi lo vogliano o meno, questo è altro. E comunque, non è in discussione..), in cambio del giusto sostegno economico, magari in parte (congrua) a carico dello Stato.

Non trovo giusto pensare che questa sia l’unica battaglia. Non trovo giusto, da molti anni, lasciare che il manovratore guidi indisturbato in quanto così ci è garantito un percorso confortevole. Preferisco qualche curva brusca e magari qualche ripida salita ma voglio disturbare il manovratore e fermare questa corsa allo smantellamento del lavoro bancario: ciò che è stato ampiamente sperimentato nell’industria, viene ora perfezionato nel nostro settore. Riflettiamo un attimo: altri 19.000 esodi – e chi resta? Quali scenari si aprono con meno addetti e carichi di lavoro (e responsabilità) che già oggi sono soverchianti? Quale qualità del lavoro, posizionamento sul mercato, presidio del territorio con sempre meno agenzie aperte? E chi coprirà, e come, i nuovi, prolungati, orari, senza assunzioni?

E’ tempo che anche le OO.SS. si scuotano da questo torpore relazionale, da questa subalternità formale: basta attendere piani aziendali (già messi in pratica ben prima di essere presentati), basta attendere consuntivi di ristrettezze al netto dei pingui bonus riservati alle alte – e meno – dirigenze. Questa è la battaglia finale, questo è l’ultimo fronte: lasciare, ancora una volta, il palco alla ABI-band sarebbe la nostra linea Maginot. E’ in gioco il futuro del settore, del nostro lavoro – il nostro futuro tout court, che si resti in produzione o che si venga, graziosamente, accompagnati all’uscita.

E’ in gioco, infine, il futuro del sindacato: se non sapremo interpretare il momento e recuperare forza e strategie adatte al passaggio, il declino degli ultimi venti anni arriverà al suo punto finale, consegnandoci  – magari, nero su bianco – al ruolo cui ci siamo candidati per delicatezza: quello dei semplici osservatori. Magari critici (senza alzare i toni, per carità) ma sempre osservatori.

Del vuoto che resta quando (salva)guardi il posto di lavoro dalla platea.