THE TALKING DEAD, EP.20: CEREMONY (parte prima)

THE TALKING DEAD

Racconto a puntate,  episodio 20: Ceremony (parte prima).

All’improvviso, l’istinto del sindaco gli urlò di voltarsi. Bruno non aveva mai dubitato in vita sua dell’istinto, quindi eseguì con prontezza militare. Ci mise un secondo in più del solito per riconoscere Aristide: qualunque cosa gli fosse successa, aveva mezza faccia schiacciata e il cranio fracassato; attraverso la frattura tra le ossa frontali e quelle parietali si riusciva a intravedere il cervello. Quella era forse era la cosa meno fastidiosa.

Tutta la parte sinistra del volto di Aristide, il bel volto serenamente invecchiato che conosceva bene, sembrava avere subito l’impatto di un veicolo o di un maglio. L’occhio era sparito; orbita oculare e zigomo, fracassati, si nascondevano nella poltiglia di pelle, carne e sangue che aveva avuto un tempo dignità di guancia. In quell’ammasso grumoso, i peli bianchi della barba di Aristide spiccavano come disgustose escrescenze.

Bruno si ritrovò a fissare l’unico occhio rimasto, il destro, quello che una cataratta trascurata aveva reso opaco e poco efficiente. Si ricordò che Aristide aveva chiesto un finanziamento per poter affrontare le cure necessarie e che quel finanziamento gli era stato negato. Il suo stipendio di custode cimiteriale era troppo basso. L’affitto, troppo alto. E il funzionario che aveva bocciato la richiesta altri non era che il fratello del sindaco.

In piedi davanti a Bruno, la testa piegata di lato ma non per curiosità, Aristide spalancò la bocca, scoprendo una fila di denti in cattive condizioni già da parecchio tempo.

L’istinto del sindaco urlò: “corri!”. Le gambe del sindaco non ricevettero l’ordine.

– Sseeehgui meeh… seeeeguii meeeh.

Lo sforzo prodotto da Aristide per parlare causò il distacco quasi definitivo della lingua che s’incastrò tra l’interno della guancia ‘sana’ e gli anneriti denti incisivi. Un fiotto di sangue scuro scivolo’ tra le labbra involontariamente spalancate colando sulla divisa del custode, per solito immacolata. Consunta dall’uso magari, in ragione dei continui tagli al bilancio comunale; ma sempre pulita. Incurante di quella che un tempo sarebbe stata per lui una questione di discreta importanza, Aristide s’incammino’ lungo il viale principale; seguito dal sindaco solo quando Bruno fu certo che al passaggio del custode tutti gli altri cadaveri ambulanti si facevano rispettosamente da parte. Addirittura, da un certo punto in avanti furono lasciati soli, proprio mentre raggiungevano il centro di quel quadrilatero ideale: lì giunti, Aristide apri’ con un certo sforzo le  pesanti  porte poste a guardia del riposo d’un compaesano illustre, sepolto nella cappella più imponente e severa di tutto il cimitero.

Merda. Avrei dovuto immaginare che il casino fosse questo.

Mentre Bruno scopriva un nuovo elemento di preoccupazione, Aristide, con un cenno rigido della mano, lo sollecitò a entrare nella tomba dell’uomo che tutti, in paese come nella provincia, conoscevano come il Santo.